This must be the place

giugno 5, 2013

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Un film, come non ce n’è!  Storia tragica, patetica, per niente scontata, condita dalla immancabile verve ed espressione di un immenso Sean Penn, Cheyenne nel film. Non ci si aspetta assolutamente commistioni di molti argomenti che apparentemente potrebbero tra loro quanto niente cozzare… Il legame tra questi argomenti, invece, lo fa la storia personale di una ex rock star. Rock star, ormai tramontata da qualche anno, semplicemente ridicola nella sua apparenza, assolutamente infelice. Ridicola anche ai suoi stessi occhi a tratti. Attenzione: tutto questo è quello che può balzare alla vista, o all’attenzione. Ma soltanto in prima istanza. Non tardi noteremo tra tutti i connotati logistici, come rimane banale la ricchezza che questo personaggio, Cheyenne, ha accumulato,  l’apparente felicità sentimentale che condivide insieme alla donna della sua vita con cui fanno l’amore grandi e teneri come fossero degli adolescenti e come se si fossero appena conosciuti. Tutto così strumentalmente… Da insospettire chiunque.

 

Titolo originale This Must Be the Place
Lingua originale inglese
Paese di produzione ItaliaFranciaIrlanda
Anno 2011
Durata 118 min
Colore colore
Audio sonoro
Rapporto 2,35:1
Genere drammatico, commedia
Regia Paolo Sorrentino
Soggetto Paolo Sorrentino
Sceneggiatura Paolo SorrentinoUmberto Contarello
Produttore Nicola GiulianoFrancesca CimaAndrea Occhipinti,Michèle PetinLaurent PetinEd GuineyAndrew Lowe
Produttore esecutivo Ronald M. Bozman
Viola Prestieri
Casa diproduzione Medusa FilmIndigo FilmLucky RedARP SélectionElement Pictures
Distribuzione(Italia) Medusa Film
Fotografia Luca Bigazzi
Montaggio Cristiano Travaglioli
Musiche David ByrneWill Oldham
Scenografia Stefania Cella
Costumi Karen Patch
Interpreti e personaggi

qual è il sospetto, da dove parte il sospetto? Ovviamente dall’espressione di Sean Penn, Cheyenne. Bella casa, bella moglie, tanti soldi, bella rendita, ma perché… lui è così… insoddisfatto? Così Infelice? Eppure, anche la circostante condizione e lo status è condito da quella nota di depressione, parola che oggi si usa moltissimo ma che nel caso di Cheyenne non è assolutamente usata a sproposito. Si avrà, ad un certo momento del film un ribaltamento emozionale, perché ci renderemo conto come l’attore userà questa malformazione psicosomatica (capirete anche perché psicosomatica) per capire dove deve andare, in quale punto del mondo deve andare a completare quel tassello che nella sua rutinaria vita manca, vita certo non priva di rimorsi. E forse proprio la parola “rimorsi” può far capire meglio dove andrà a collimare il suo senso di incompletezza, e quale la forza motrice di quella rabbia malcelata: nella pesantezza dei rimpianti! Anzi: del rimpianto. In occasione dell’ultima visita al papà (viene avvisato a ciel sereno) del quale ne ignorava la presenza, dandolo per scontato come quegli oggetti, come una di quelle condizioni che tanto ci saranno sempre, è per una manciata di secondi che non lo può salutare in vita (forse sarebbe stato sufficiente potergli dire: ci sono, eccomi, il tuo reietto, addio…) si rende conto che forse LA missione stava per compiersi stava per definirsi, STAVA INIZIANDO. Con ciò che forse il papà aveva tanto, forse più di quello che meritava con assoluta consapevolezza tutto questo, cercato di realizzare per tutta una vita: quella poteva essere forse la sua ultima possibilità di una quadratura del cerchio.this-must-be-the-place_i01

Paradossalmente, quando si vedrà Cheyenne ci si chiederà: perche, malgrado tutto, perché manca di un sorriso? Anzi: i sorrisi ci sono, sono stentati sforzati voglio rassicurare non sono liberatori, non sono espressioni di gioia, non sono forieri di emozioni. Non sono muscoli che si contraggono involontariamente per la forza dell’emozione.

Il papà da vivo non gli ha dato la possibilità di farsi conoscere. È questo il momento più tenero di tutto il film: quando il figlio, cerca di redimere questa mancanza o meglio: quando sente che DEVE redimersi da questo grave peccato, con  questo grandissimo sforzo lo sforzo di riuscire a coronare il sogno
del papà, ebreo perseguitato e deportato ma libero.

Di qui in avanti, ha inizio la vera avventura di Cheyenne, che lascia alle spalle la sua sicura sfera, la sua perfetta bolla, per l’avventura della sua vita, forse l’ammissione della sua missione che non si sognava di dover svolgere fino a forse due giorni prima di sapere quale fosse la volontà del papà completare nel nome del padre, che oggettivamente non era riuscito nell’intento:  trovare un personaggio legato alla storia della persecuzione degli ebrei e dell’olocausto, e continua il figlio questo passaggio.

Tutto il film gira intorno a questa fantastica girandola di emozioni, di sentimenti, di stentate emotive importanti cessioni di sorrisi, di compiacimenti. Qualcuno lo riconosce, visto che in fondo, fino a qualche anno prima era stato forte personaggio dal forte impatto musicale e solo adesso riesce a commuoversi, mentre prima era condizione che dava per scontata nel suo paesino di residenza e di provincia, e non in una immensa America; durante tutta la visione si capisce quanto per una persona che sembra apparentemente carica e appagata, manca della vera essenza della condizione che giustifica un’esistenza: compiere una missione la missione della sua vita. Bene il racconto si conclude quando la missione da compiere lui l’aveva trovata.

Mi fermo adesso ad ammirare il regista, Paolo Sorrentino, le copertine, locandine, e tante altre icone sparse qui e là sicuramente fuorviano, non danno l’immagine di quello che il film risarcisce in opera. Mea culpa: devo ammettere che il primo prevenuto sono stato io. Ma davanti a questo bellissimo lavoro, bisogna farsi i conti con i preconcetti. La felicità, i soldi, l’apparente appagamento che le cose materiali ci possono dare ma anche a tratti sentimentale devono tutti insieme in concerto fare poi conti con la nostra coscienza che forse ha bisogno di una condizione superiore, che è quella di conoscersi, trovare qual è il proprio ruolo nella vita, trovare qual è quella cosa verso la quale protendere per tutta la vita. Una missione? Un cerchio che va chiuso? Qualcosa che che metterà forse una pietra tombale su una salma di un ricordo che non si è mai definito? Beh abbiamo tutta la vita. Ma torniamo per l’ultimo istante al film: Quando dopo una ricerca estenuante, dopo un viaggio pazzesco, dopo tante piccole o grandi migrazioni e sensazioni, trovi il posto, quando trovi la sensazione, la persona, quando credi di stare nel posto giusto nel momento giusto con la sensazione giusta  e tutto è celebrato, dirai: ho capito, deve essere questo il posto. This must be the place.

salvo_franchina

 

 

 

 

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